Middlesex, Jeffrey Eugenides

MiddlesexMiddlesex by Jeffrey Eugenides
My rating: 5 of 5 stars

A metà tra Bildungsroman e romanzo storico, con una voce narrante a metà tra maschile e femminile, a metà strada tra Grecia e America: Eugenides riesce ad unire tutti questi opposti in un capolavoro. Middlesex è la storia di Cal, nato due volte, prima come ragazza e poi come ragazzo. Ma è anche la storia di tre diverse generazioni, la storia di una famiglia di immigrati greci che rincorre il sogno americano senza però mai abbandonare le proprie radici, senza che l’infelicità propria della cultura greca possa essere dimenticata in nome del diritto alla felicità. La storia è raccontata dal punto di vista originale di Cal, narratore che diventa onnisciente grazie alla sua esperienza fuori dall’ordinario. Le storie raccontate nei vari libri in cui è diviso il romanzo sono unificate dalla ubris, dalle colpe dei padri che fin dall’inizio incombono su Cal. La scoperta dell’intersessualità del protagonista arriva molto avanti nel romanzo, dopo l’efficace gioco di parole con il nome della strada dove va a vivere la famiglia Stephanides, Middlesex. Il tema dell’intersessualità è trattato con scientificità, attraverso le parole del dottor Luce, ma anche con la semplicità della voce narrante di Cal, che arriva ad affermare che a tutto ci si abitua e che scoprirsi ragazzo non lo ha cambiato come persona in modo poi così radicale. Il romanzo abbatte con semplicità gli stereotipi di genere a cui siamo troppo abituati, con pungenti riferimenti anche al razzismo e all’omofobia.
La prosa riesce ad essere a tratti solenne, mantenendo però un’ironia di fondo che rende sempre piacevole la lettura. I riferimenti alla mitologia greca sono continui e spesso servono ad avvolgere in un alone mitico alcuni momenti del romanzo, come quello del doppio concepimento dopo lo spettacolo sul Minotauro, o il ruolo di Tiresia interpretato da Callie adolescente.
Un premio Pulitzer meritatissimo, un romanzo con temi importanti e una lettura indimenticabile.

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I 10 momenti migliori del Napoli Pride

Lo scorso 11 luglio Napoli ha ospitato una delle ultime tappe dell’Onda Pride di quest’anno. In migliaia i partecipanti, tra cui gli ospiti di eccezione Maria Nazionale, Alessandro Cecchi Paone, Carlo Gabardini, Nina Soldano e Immanuel Casto. Il Pride era dedicato in particolare al tema della scuola, fondamentale in un Paese in cui manca ancora un’educazione al rispetto dei diversi orientamenti sessuali e delle diverse identità di genere, e in cui gli episodi di bullismo omo-transfobico sono all’ordine del giorno.                                                                                                                   

Ecco 10 momenti del Pride che mi rimarranno impressi:

1. Quando mi sono accorta che Dante stava dando la sua benedizione (e sicuramente anche Virgilio approvava)

Piazza Dante, Napoli Pride

Piazza Dante, Napoli Pride

2. Quando ho visto De Magistris e mi sono ricordata che Napoli ha uno splendido sindaco che crede nell’importanza dei diritti civili

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Da sinistra: Antonello Sannino (Presidente di Arcigay Antinoo Napoli), la cantante Maria Nazionale e il sindaco Luigi De Magistris

3. Quando ho visto Carlo Gabardini e mi sono ricordata del suo geniale video sulla marmellata e la nutella

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4. Quando sono partite It’s raining men, Raise your glass (cantata da Darren Criss) e Poker Face e tutti abbiamo cantato e ballato come se non ci fosse un domani nonostante i 40 gradi

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5. Quando dal primo carro lo speaker ha gridato: ‘Quanti di voi sono sposati, quanti di voi hanno figli? Noi siamo come voi, paghiamo le stesse tasse e pretendiamo gli stessi diritti. E oggi siamo 100.000!’

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6. Quando anche dalle vetrine dei negozi e dai balconi delle case i napoletani ci hanno dimostrato il loro supporto con cartelloni e coriandoli

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7. Quando ho visto il carro dei Pastafariani e ho invocato il Prodigioso Spaghetto Volante

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8. Quando un ragazzo ha gridato ‘ricchione’ a una drag queen, per poi vedere tutto il corteo che avanzava e scappare con una faccia terrorizzata

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9. Quando ho visto loro

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10. Quando ho visto il tramonto sul mare di Napoli

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Festa delle Famiglie – Arcobaleni a Salerno

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Domenica 3 maggio, ore 11: arriviamo a piazza Cavour sotto il sole cocente guidati da una massa di magliette e palloncini viola ben visibili anche da lontano. Davanti al palco c’è già una piccola folla e hanno preso posizione nelle prime file i papà e le mamme delle Famiglie Arcobaleno, arrivati da tutta Italia con i loro bambini. Bambini che giocano, corrono, piangono, ridono come tutti gli altri. Bambini bellissimi che sono i protagonisti della giornata perché è soprattutto per tutelare loro che c’è bisogno di diritti.

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Salgono sul palco Giuseppina La Delfa, presidente di Famiglie Arcobaleno, e i rappresentanti di diverse associazioni attive sul territorio, a ricordare che in Italia c’è ancora tanto lavoro da fare per ottenere un riconoscimento reale della comunità LGBT. E ce n’è bisogno soprattutto per i figli di due mamme o due papà, ma anche per tutti i giovani omosessuali che sognano di costruire un giorno la propria famiglia.

È presente anche la Senatrice Cirinnà, che nutre buone speranze per il ddl sulle unioni civili che presenterà in questi giorni in Parlamento, incentrato in particolare la step child adoption, e che – promette – sarà solo il primo passo per la parità dei diritti.

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Interviene anche Vladimir Luxuria, madrina dell’evento e già a Salerno per il Campania Pride 2012, che commenta che nonostante le proteste di cattolici e Forza Nuova dall’altra parte della città, Dio sembra essere dalla nostra parte vista la bella giornata. Saluta poi i bambini presenti, puntualizzando che di sintetico non hanno nulla, ma hanno semplicemente bisogno di amore e di cure come tutti gli altri.

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Dopo la foto per la campagna #LoStessoSì, inizia la marcia al lungomare.

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Una banda e artisti di strada accompagnano il corteo, aperto da una fila di bambini che portano diligentemente lo striscione di Famiglie Arcobaleno. Seguono carrozzine e genitori super attrezzati che danno ai figli la merenda, creano cappellini dai volantini con il simbolo della parità dei diritti, e intanto si occupano anche di mantenere in ordine la fila.

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Dai lati del lungomare qualche passante guarda incredulo, ma non c’è nessuna reazione negativa. Anzi, molte “famiglie tradizioneali” si fermano a sentire la musica della banda con i loro bambini e scattano foto alla parata.

Opportunamente ad ora di pranzo l’intervento dei Pastafariani, con il loro flashmob delle Tagliatelle In Piedi (a differenza di qualche manifestazione religiosa, la buona cucina unisce tutti).

Per tutta la giornata sono proseguite le attività soprattutto per i bambini: giochi, gare, spettacoli e laboratori d’arte. È stata una giornata di grande civiltà, che ha mostrato a tutti che le differenze non contano, perché per fare una vera famiglia quello che conta è l’amore. Speriamo allora che in futuro manifestazioni come questa servano solo a ricordare i diritti conquistati.

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“La laïcité, point final”

A una settimana di distanza dal terribile attentato di Parigi, continuano in tutto il mondo le manifestazioni di solidarietà nei confronti della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Ma anche le proteste, le censure e i “sì ma”. Sì, una strage una strage ingiustificabile, ma se la sono cercata. Sì, la libertà di stampa, ma la religione non si tocca.

Intanto, il 14 gennaio è stato pubblicato dai redattori superstiti un nuovo numero di Charlie, andato a ruba in Francia e non solo, che riapre le polemiche già dalla copertina. Maometto che dichiara “Je suis Charlie”, sovrastato dalla scritta provocatoria “Tutto è perdonato”. Ma il commento più significativo sull’accaduto, a mio avviso, è l’editoriale di Charlie Hebdo scritto da Gérard Biard. Riporto un estratto dalla traduzione comparsa sul Fatto Quotidiano il 14 gennaio (non a scopo di lucro: #IoNonSonoIlCorriereDellaSera):

Da una settimana, Charlie, giornale ateo, fa più miracoli di tutti i santi e i profeti messi insieme. Ciò di cui siamo più orgogliosi è che fra le mani avete il giornale che abbiamo sempre fatto, in compagnia di quelli che l’hanno sempre fatto. Ciò che ci ha fatto più ridere è che le campane di Notre-Dame hanno suonato in nostro onore… […]
Però c’è una domanda che ci assilla: riusciremo finalmente a far sparire dal lessico politico e intellettuale quel brutto epiteto di “laicista integralista”? La finiremo una buona volta di inventare dotte circonlocuzioni semantiche per definire allo stesso modo gli assassini e le loro vittime? In questi anni ci siamo sentiti un po’ soli nel tentativo di respingere a colpi di matita gli insulti e le sottigliezze pseudo-intellettuali scagliate contro di noi e contro i nostri amici che difendevano la laicità: islamofobi, cristianofobi, provocatori, irresponsabili, attizzatori di fiamme, ve-la-siete-cercata… Sì, condanniamo il terrorismo, ma. Sì, minacciare di morte dei vignettisti non va bene, ma. […] Speriamo che, a partire da questo 7 gennaio 2015, la difesa ferma della laicità sia un dato acquisito per tutti, che si smetterà finalmente di legittimare o anche solo di tollerare – per atteggiamento politico, per calcolo elettoralistico o per vigliaccheria – il comunitarismo e il relativismo culturale che aprono la strada a una cosa sola: il totalitarismo religioso. […] Non la laicità positiva, non la laicità inclusiva, non la laicità-non-so-che, ma la laicità punto e basta. Questa sola, sostenendo l’universalismo dei diritti, permette l’esercizio della legalità, della libertà, della fratellanza, della sorellanza. Questa sola permette la piena libertà di coscienza, negata – più o meno apertamente, secondo il loro posizionamento di marketing – da tutte le religioni dal momento in cui escono dalla sfera più stretta dell’intimità per scendere sul terreno della politica. È un’ironia, ma questa laicità punto e basta è la sola che consenta ai credenti e agli altri di vivere in pace. Tutti coloro che pretendono di difendere i musulmani accettando il discorso totalitario religioso in realtà difendono i loro stessi carnefici. Le prime vittime del fascismo islamico sono i musulmani. I milioni di persone anonime, tutte le istituzioni, tutti i capi di Stato e di governo, tutte le personalità politiche, intellettuali e mediatiche, tutti i dignitari religiosi che questa settimana hanno proclamato: “Io sono Charlie”, devono sapere che ciò significa anche: “Io sono la laicità”. Siamo convinti che per la maggioranza di chi ci appoggia sia un fatto acquisito. E gli altri si arrangiassero. […]

charlie-hebdoSì, solo la laicità, che pare scontata ma non lo è per niente, può salvarci da questo mondo che sembra cadere in pezzi. La laicità, della politica e del giudizio personale, può salvarci dal pregiudizio, dalla discriminazione e dai totalitarismi.
Je suis Charlie. Je suis la laïcité.

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Nozze al parco e American Dream

Italia, ore 17.30. Rispondo al telefono: nonostante le cifre inusuali del numero da cui proviene la chiamata, so bene chi è.

“Sono in macchina vestito come un pinguino” è la prima frase che riesco a distinguere tramite la linea disturbata.

New York, ore 11.30. È da lì che viene la chiamata. Dal migliore amico di mia madre da tempi immemori, il mio zio a tutti gli effetti da sempre, che oggi sposa il compagno di una vita.

L. e C. avrebbero dovuto avere la possibilità di farlo qualche decennio fa, avrebbero dovuto avere la possibilità di farlo nella loro città natale, circondati dalla gioia incondizionata delle loro famiglie.

Ma a New York già da un po’ hanno la loro casa, i loro amici e da oggi anche le fedi al dito.                                                                                                    Hanno realizzato il loro sogno americano sulle foglie autunnali di un bel parco newyorkese.

Dedico a loro queste poche righe e soprattutto auguro loro tutta la felicità possibile.

Spero che questa felicità presto la riconosca legalmente anche l’Italia, che non potrebbe che vantarsi di una coppia come loro.
Spero che questo traguardo mi restituisca un po’ di fiducia in una piccola felicità che un giorno vorrei anche io. Spero che apra gli occhi in primo luogo alla mia famiglia, che forse ancora si aspetta da me un futuro genero.

Spero che storie come questa – e ce ne sono tante – non si perdano tra i fusi orari e i controlli in aeroporto e facciano riflettere il nostro Paese, sia la classe politica che la gente vera, sul fatto che non c’è libertà finché non c’è uguaglianza, che il bigottismo non paga, crea solo sofferenza, e che l’amore tra due persone è naturale, in ogni sua forma.

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Welcome to the Jungle

In una sera di novembre, fredda ma non abbastanza, a Salerno già si accendono le famigerate “Luci d’Artista” in vista del Natale, che però qui in casa mia non si avverte per nulla. Qui sotto le coperte la giornata è passata a cercare temi, palette di colori e avatar per questo giovane blog. Tanto che la voglia di scrivere quasi è passata. Ma beviamo di soppiatto un sorso di caffè e andiamo avanti.

Come potete dedurre dal nome del mio blog, qui leggerete le disavventure di un’esponente della categoria più bistrattata del pianeta: I MANCINI. Nonostante la mia schiena sia perennemente dolorante dopo i corsi di Lettere Classiche passati a prendere appunti su banchetti assassini designati unicamente per destrorsi, mi impegno a cercare la forza di stare ancora seduta a scrivere per commentare qualche notizia, o libro, film, telefilm, fumetto, mito greco, lista della spesa. Insomma, qualcosa mi inventerò.

I commenti sono abilitati e mi farà molto piacere sentire la vostra opinione e conoscervi (sì, dico a voi, i due gatti siamesi che leggono il mio blog), ma esorto gli omofobi/evangelizzatori/esorcisti a chiudere questa pagina e non tornarci mai più prima di farmi incazzare (ecco per voi il link del sito della Santa Sede).

Per ora le comunicazioni di servizio sono finite, andate in pace.

LeftyLesbian